Giuseppe Giacosa e la miniera di Cogne

Galleria d’arte. Lo scrittore Giuseppe Giacosa dedica alla miniera di Cogne un capitolo del suo libro Novelle e paesi valdostani, pubblicato nel 1886. In una prosa enfatica e colorita, descrive le varie fasi dell’estrazione e del trasporto descrivendo il «supplizio» dei trasportatori del minerale con l’andamento di un poema epico.

Buona lettura!

L’opera più grave e veramente terribile è quella di calare il minerale fino al basso della valle. Ne colmano certi cassoni quadrati che posano sulle barre di una slitta. Un peso enorme, ma la strada si avvalla così scoscesa, che al mettere la slitta al sommo del pendìo, la gola aperta ne farebbe una boccata. Perciò altro non occorre che guidarla perché non piombi e disperda il carico. Se la miniera fosse in continuo esercizio, correrebbero giù per la china i grossi tubi capaci d’inghiottire in un’ora il prodotto di ogni giornata; ma chi arrischia spese durevoli nell’alterna vicenda degli abbandoni e delle riprese? La strada non è che un gran solco lungo la costa. Essa sdegna gli addolcimenti dei rigiri e si avventa a valle diritta come una frecciata. Se non che di quando in quando la costa rompe in precipizi smisurati e allora la strada che piombò a perpendicolo fino sul margine dell’abisso, fa una svoltata improvvisa ad angolo retto, orla il sommo del dirupo e rivolta verso il basso appena trova una pendenza che basti a starci ritto un uomo avvezzo alla montagna. Messo per quella china e spinto dalla slitta carica, un mulo ne avrebbe, al primo viaggio, rotte le gambe e fiaccato il filo delle reni; perciò vi attaccano uomini che per bestie da soma sono meno costosi. A ogni mulo morto, corrono marenghi, ad ogni uomo morto, basta una croce di legno e un Deprofundis.

Io non credo si possa immaginare, non dico un lavoro, che la parola è troppo mite ed onesta, ma un supplizio peggiore di quello che sopportano quei disgraziati. I grossi pesi macinarono il suolo sassoso, cosicchè vi si affonda fino al ginocchio in una polvere nera, finissima che soffoca, accieca e morde la pelle.

I portatori si attaccano alla slitta appoggiando la schiena al cassone colmo di minerale: abbrancano solidamente le due sbarre, irrigidiscono le gambe e si lanciano nella voragine. Il loro corpo fa, precipitando, una linea quasi orizzontale, quasi parallela al terreno, tanto che la palma del piede non tocca mai la terra; vi affondano invece il calcagno e menano le gambe rigide come stantuffi. A mano a mano che scendono, la corsa invelocisce; il peso gravissimo, che al piano non smoverebbero in quattro, li schiaccia e li travolge, l’abisso li attira: sentono nelle orecchie l’uragano delle corse sfrenate e ai polsi il martello del sangue sbattuto; hanno negli occhi la visione lampeggiante della vertigine e nelle fauci il picchiettare della polvere filtrata attraverso le labbra e i denti serrati. Vanno colla brutale inerzia della gravità, angosciosamente intenti alle croci di legno che segnano le svoltate. Ma quelle croci, non sorgono per indicare il cammino, bensì per consacrare il punto donde altri prima di essi piombò nell’abisso smisurato, donde essi piomberanno un giorno, forse oggi stesso, forse tra pochi istanti.

Così la massa informe rovina a valle, e quando giunge l’uomo par moribondo. Scaricato il minerale e ripreso fiato, eccolo un’altra volta su per l’erta, tirandosi dietro la slitta. Fanno per lo più due corse al giorno, ma non durano un pezzo al mestiere.

[G. Giacosa – Novelle e Paesi Valdostani, Torino, Casanova, 1886, pp. 80-83]

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